PER WILMA
Testimonianze, ricordi, pensieri e messaggi per Wilma Trasarti Sponti

Per Wilma
Era una mattina di primavera degli anni ‘70, non tanto diversa da quelle che Roma riesce a offrirci anche ora a dispetto del virus, ed ero nel mezzo di un colloquio con un paziente all’interno dell’Ospedale Psichiatrico S. Maria della Pietà non ancora chiuso ai ricoveri e pertanto ancora degno del nome di Manicomio. Sentii bussare alla porta, ma non avevo alcun dubbio. Conoscevo quel modo di bussare, era certamente il Prof. Vella. Non mi sbagliavo, era proprio lui, ed era molto, molto sorridente.
Conoscevo anche quel sorriso così divertito, il sorriso che aveva quando stava per fare uno scherzo a qualcuno. Quando si rese conto che ero in seduta, cambiò subito espressione e, con voce sussurrata, mi disse “Appena puoi, vieni nella mia stanza che devo farti vedere una cosa”.
Per quanto possibile affrettai il colloquio, anche se non tanto per la perentorietà della richiesta che il mio Direttore sapeva bene come far comprendere, ma per una incontenibile curiosità di vedere quella cosa, annunciata con un tono che lasciava presagire un evento davvero straordinario.
Le cose straordinarie che potevano capitare nell’Ospedale Psichiatrico non erano poi molte. Forse l’Assessore ci aveva finalmente scritto una bella lettera che ci inseriva nel suo programma per la sanità della regione? Non poteva essere: Vella appariva troppo contento, e l’Assessore non era mai riuscito a strappargli un sorriso. Forse un nostro articolo era stato accettato da una rivista importante? Si, ma da quando in qua gli articoli scientifici potevano essere così intriganti da suscitare un sorriso così sornione? Aveva scoperto una frase illuminante di qualche grande filosofo che confermava (o smentiva) una delle tante teorie che in quell’epoca continuavamo a discutere nelle nostre intensissime riunioni? No, in quel sorrisone compiaciuto c’era qualcosa di più.
Spinto dalla curiosità e ormai sicuro che non avrei potuto capire se non entrando, bussai e venne ad aprire lui personalmente. Un altro segno che si trattava di qualcosa di importante. Ma cosa? All’inizio non vidi un bel niente, anche perché continuavo a guardare lui, in attesa che mi svelasse in cosa consisteva la sorpresa. Ma quando disse “Ti presento…” mi resi conto che doveva esserci qualcun altro nella stanza, “… la dott.ssa Trasarti”. In un angolo un po’ nascosto c’era Wilma. Era Wilma, e sorrideva. E anche lui continuava a sorridere e lei sorrideva tanto, come lui. E, in mezzo ai loro sorrisi, io capivo sempre di meno.
Non capivo, anche perché non c’era di che sorridere nel Manicomio di Roma: un grande parco con tante costruzioni piene di inferriate (i Padiglioni) e di esseri umani estraniati dal mondo, deteriorati (i padiglioni e gli esseri umani) dal tempo e dall’incuria dell’uomo. Per di più, l’Ospedale in cui cercavamo di fare qualcosa di utile per i pazienti che vivevano al suo interno, era in attesa di svuotarsi da un momento all’altro, grazie alla legge Basaglia che era già in discussione alle Camere in quei giorni.
In molti ci chiedevamo cosa sarebbe stato di noi quando i pazienti sarebbero andati via. Noi, quello strano gruppo di medici, infermieri e psicologi universitari, forse saremo rimasti gli unici manicomializzati residui. Intanto passavamo il tempo aspettando di poter visitare nel nostro ambulatorio universitario pazienti provenienti dai quartieri circostanti che non avevano nessuna voglia di essere visitati all’interno del manicomio. Ma questa è un’altra storia.
Una storia che serve solo per spiegare che quando vidi per la prima volta Wilma, una giovane donna bionda nei suoi splendidi 35 anni, che continuava a sorridere, in quella situazione surreale, non potei fare a meno di chiedermi “Ma questa cosa ci fa qui?”. Vella, comprese subito i miei dubbi e me ne tolse subito una parte, spiegando: “la dott.ssa Trasarti, è una nostra nuova collaboratrice e resterà con noi”.
Quel giorno non potevo neanche lontanamente immaginare quanto quel “resterà con noi” del Professor Vella sarebbe stato profetico, e che Wilma sarebbe davvero rimasta a collaborare con noi per più di quaranta anni. Non potevo immaginare che in quel non luogo in cui ci eravamo incontrati per uno strano e imprevedibile scherzo del destino avremmo anche collaborato tanto a lungo e imparato a sostenerci l’uno con l’altra in una situazione di isolamento dal mondo reale, a cui lei aveva subito trovato un nome.
Lo aveva preso a prestito dal romanzo di Buzzati, e quel nome la faceva ridere ancora di più, pensando a tutte quelle R speciali che la contraddistinguevano: “il DeseRto dei TaRtaRi”. E io che piano piano mi stavo abituando a scherzare con lei, le facevo il verso aumentando ancora le R “Si, LoRiedo e TRasarti nel DeseRto dei TartaRi”.
Nel giro di due o tre giorni dal suo arrivo, Wilma conosceva già tutti ed era diventata amica di tutti: la sua innata capacità di accorciare le distanze riusciva a portare almeno la dose minima di buonumore compatibile con quella fortezza nel parco, dove imperava l’attesa senza tempo.
L’altra cosa che non mi riusciva di capire, era la funzione che avrebbe dovuto avere Wilma in un posto del genere. Nessuno seppe mai darmi una risposta soddisfacente a questa domanda, ma un giorno dopo l’altro Wilma iniziò a partecipare alle nostre lunghe discussioni teoriche riempiendo pagine di appunti quasi stenografici e si appassionò alle discussioni teoriche. Poi si appassionò ai pazienti manicomiali ricoverati, si appassionò alle lezioni di psichiatria, agli esami, ai gruppi di studio, ai gruppi di pazienti. Poi Wilma inizio a venire dietro lo specchio, e si lasciò appassionare anche dalla Terapia Familiare. Anzi, da quella particolare variante imposta dal contesto: la Terapia Familiare Manicomiale.
Sebbene in quel contesto io li trovassi del tutto incomprensibili, non posso non riconoscere che la sua passione e il suo entusiasmo riuscivano spesso a dare un colore insperato a quel luogo grigio, a portare una insospettabile vitalità nel DeseRto dei TaRtaRi, dove restammo per quasi dieci anni.
A differenza dal destino che aveva costretto il Tenente Dogo ad attendere invano la grande occasione, la nostra avventura nell’Ospedale non si concluse poi così male. Mentre molti degli ex ricoverati provenienti dagli altri Padiglioni, una volta dimessi continuarono ad aggirarsi nel quartiere senza fissa dimora per molti anni dopo la chiusura, al nostro gruppo venne affidato il “reinserimento” di 10 pazienti che avevano vissuto per non meno di 30 anni tra quelle mura, senza mai uscire un giorno. Era una sfida davvero difficile che ci era stata data, forse con un po’ di malizia, dalla direzione dell’Ospedale, ma riuscimmo a ottenere che tutti venissero accolti e sviluppassero anche un buon livello di integrazione nelle loro rispettive famiglie.
Completato il nostro compito in una S. Maria della Pietà ormai avviata verso la progressiva (ma lentissima) chiusura, rientrammo nella storica sede centrale della Sapienza in Viale dell’Università 30, con tutta l’équipe di cui Wilma ormai faceva stabilmente parte.
Nel frattempo, Wilma era approdata anche al Centro per la Terapia della Coppia e della Famiglia, che sarebbe poi diventato l’attuale IIPR. Anche in questo caso venne presentata al team del Centro dal Prof. Vella. E anche in questo caso la sua passione per il lavoro terapeutico la spinse a bruciare tutte le tappe della formazione e a divenire prima terapeuta sistemico relazionale e poi didatta del Centro, dimostrando subito grande interesse per l’insegnamento. Anche in questo caso le era facile creare immediatamente un rapporto con l’allievo, agevolata anche da un colorito linguaggio colloquiale, che le era particolarmente congeniale.
A queste tendenze del tutto naturali per lei, diede un ulteriore impulso la prima visita a Roma di Carl Whitaker. Dopo aver letto un suo articolo, avevo proposto a Vella di invitarlo per un Workshop sulla Terapia Familiare della Schizofrenia. Lui aveva accettato, ma non era del tutto convinto che fosse una buona idea.
Quando Whitaker, appena iniziato il Workshop, si tolse le scarpe e apparve a tutti in primo piano il suo calzino bucato, Vella iniziò a guardarmi male. Dopo qualche minuto in cui Carl aveva già sovvertito tutto quello che avevamo faticosamente imparato fino a quel momento, mi disse in un orecchio: “ma sei sicuro che abbiamo invitato la persona giusta?”. Mentre anche io riflettevo sulla sua domanda e, per parte mia iniziavo anche io ad avere i miei dubbi nei confronti di quel cataclisma che si abbatteva su tutte nostre incrollabili certezze da bravo-terapeuta-della-famiglia-da-manuale, guardavo Wilma che lo traduceva, presa da un compiacimento quasi estatico.
Sembrava una bambina che entra a Disneyland per la prima volta. Passava da una sorpresa all’altra con la meraviglia di chi scopre improvvisamente che al mondo esiste un modo in cui tutti i propri sogni possono realizzarsi.
Trovare qualcuno che condividesse con lei il valore dell’autenticità insieme a uno stile personale caratterizzato da spontaneità e immediatezza, e che sapesse tradurre tutto ciò in reale esperienza terapeutica, equivaleva per lei alla realizzazione di un miracolo.
A tutti noi che eravamo passati attraverso modelli ben definiti e solidi, come quello strategico o quello strutturale, serviva un innumerevole susseguirsi di pensieri e contropensieri, a me anche un paio di concerti per piano e orchestra di Rachmaninoff e qualche passeggiata solitaria, per rivedere faticosamente le proprie concezioni di lavoro e di vita incrostate nel tempo, prima di poter comprendere la grandezza di Whitaker.
Al contrario, per Wilma era facile come parlare, anzi come tradurre. Per la verità, più che una traduzione quella che lei riusciva a fare con Whitaker sembrava un doppiaggio, non ripeteva in un’altra lingua, ma entrava nel personaggio condividendone le emozioni e le intonazioni. Forse mi sbaglio, ma a me sembra proprio che quando traduceva Carl non avesse più le sue famose R, e non cedesse mai a quelle inflessioni romane che amava tanto nelle sue conversazioni abituali.
Per la Wilma che aveva vissuto anche l’Ospedale Psichiatrico con partecipazione appassionata, non era certo difficile assorbire con entusiasmo l’impatto profondo che la presenza di Whitaker era riuscita ad avere su di lei, sul suo modo di pensare, di lavorare. Per quanto ho potuto conoscerla in quaranta anni di collaborazione ravvicinata, direi che Wilma cercava da molto tempo una figura di riferimento a cui potersi ispirare, un po’ come un temerario surfista che rimane in attesa nell’Oceano Pacifico e finalmente vede arrivare l’onda perfetta.
Su quell’onda e su un’altra, quella di Erickson, Wilma ha continuato a navigare fino ad oggi (e non è detto che si fermi qui), impegnandosi con tutte le sue forze ed eseguendo anche le più spericolate figure acrobatiche, talvolta anche al di là di ogni ragionevole limite. Le loro filosofie terapeutiche e di vita sono diventate nel tempo le sue lenti di osservazione del mondo, producendo un inedito paradosso: la fermezza del suo carattere per sostenere i due approcci più flessibili che conosciamo.
Questa strana combinazione mi ha ricordato il saggio Konrad Lorenz, quando riassumeva in poche parole le doti che si devono avere per dare un senso di efficacia alla propria esistenza: “Non esistono condizioni ideali in cui scrivere, studiare, lavorare o riflettere, ma è solo la volontà, la passione e la testardaggine”.
Mi sono chiesto spesso che cosa abbia permesso a Wilma di riuscire a coinvolgere così profondamente le nuove generazioni: forse sono proprio queste doti che permettono di combattere a testa bassa con tutte le proprie forze per qualcosa in cui si crede.
La seconda parte della storia che abbiamo condiviso è il decennio compreso tra la fine deli anni ’80 e gli inizi del nuovo millennio, e rappresenta uno dei periodi cruciali della nostra esperienza. In quel periodo noi e tutta l’équipe della psichiatria universitaria di Roma, usciti dall’Ospedale Psichiatrico ormai in chiusura, siamo finalmente rientrati nella sede di Viale dell’Università.
Come poteva l’onda di passionalità whitakeriana (ed ericksoniana) che Wilma aveva ormai fatto propria a tutti i livelli, coniugarsi con una realtà così profondamente diversa? Nulla in comune con il Manicomio, se non gli effetti postumi di quella realtà, che in qualche modo ci portavamo ancora addosso. In fondo eravamo stati anche noi dimessi e in attesa di reinserimento.
Nel nuovo contesto, il tempo non era fermo, anzi sembrava volare, tutto era in continuo movimento dinamico, ogni giorno tanti casi difficili, molti meno discorsi filosofici, tanti problemi seri da risolvere. Sulla carta, il contesto ideale per utilizzare e verificare nella pratica gli insegnamenti ricevuti da Whitaker.
Nel giro di poco tempo ci accorgemmo che le difficoltà non venivano affatto dai pazienti numerosi e problematici che avevamo di fronte, ma dal fuoco amico che ci colpiva alle spalle. Una Facoltà di Medicina, che già non vedeva di buon occhio la psichiatria, come poteva accettare la psicologia, o addirittura la psicoterapia, o peggio la psicoterapia familiare, o peggio ancora la terapia familiare whitakeriana, o addirittura l’ipnosi ericksoniana? In quel contesto il problema di Wilma, unica psicologa in servizio stabile della intera équipe, e considerata da molti una specie di corpo estraneo, era ancora più serio.
Poco meglio, ma certo non bene, andava per me e per tutti quelli che come me e Wilma proponevamo la psicoterapia. Nell’insieme, un gruppo di alieni atterrati con un’astronave in Viale dell’Università, avrebbe suscitato minore diffidenza.
I molti interventi di sostegno del Prof. Vella, ma occasionalmente anche di qualche altro sparuto simpatizzante disposto a tollerare questi strani interventi che venivamo proposti in alternativa o come integrazione alle modalità tradizionali di approccio al paziente, servirono spesso ad attutire i colpi ricevuti. Ma i colpi non erano poi così tanto attutiti da impedire a Wilma di prendermi in disparte e di dirmi “Ahò, ma qui i TaRtaRi ce spaRano daveRo!”.
La sua solita capacità di accorciare le distanze con tutti e di stabilire in tempi brevi rapporti di amicizia, permisero a lei di continuare ad andare avanti, sopravvivendo dignitosamente, nonostante un paio di tentativi di estrometterla definitivamente dalla clinica, che miracolosamente andarono a vuoto.
Per la verità, l’università diede sia a lei che a me anche grandi soddisfazioni: buoni risultati terapeutici, aumento delle richieste di psicoterapia, specializzandi sensibilizzati a percepire il ruolo delle relazioni e a riconoscere il funzionamento dei sistemi. Ma, in quel periodo, mi accorsi per la prima volta che le frustrazioni e le mancanze di considerazione ricevute erano in grado di ridurre il suo indomito entusiasmo, e spesso anche di spegnere quel sorriso transcontestuale (direbbe Bateson) che nel bene e nel male aveva sempre accompagnato il suo tragitto professionale.
Lo aveva già fatto in precedenza, ma solo con qualche breve accenno e rimanendo il più possibile in superficie. Invece, in quelle circostanze, decise di condividerne gli strati più profondi e parlò apertamente con me delle sue tante perdite che l’avevano colpita e degli aspetti più dolorosi della sua vita. Ne ricavai la sensazione che il suo impegno forsennato nel lavoro le permettesse di scatenare la sua incontenibile energia e di mettere da parte la sofferenza, mentre i momenti duri in cui le veniva impedito l’accesso a quella speciale ricarica energetica, la facessero riaffiorare.
Più che in altre occasioni, in quel periodo sentivo il bisogno di esserle vicino e anche di proteggerla. Anche se non so fino a che punto possa esserci riuscito, credo di aver fatto tutto il possibile. Al contrario, sono sicuro del sostegno discreto, ma efficace, e dell’affetto che ho ricevuto da lei tutte le volte che riusciva a percepire i miei disagi per le inesorabili tempeste che caratterizzavano la vita universitaria, anche se a me riusciva molto più difficile parlarne. Oggi non posso non esprimerle gratitudine per quei momenti, ma anche per il resto dei venti anni di università passati insieme, praticamente ogni giorno. Sebbene i contesti di lavoro siano cambiati, a volte anche drasticamente, sebbene ci siano stati momenti di felicità e periodi più o meno bui, sebbene il suo ruolo e anche il mio siano cambiati più volte, nei tanti momenti difficili quel sostegno non mi è mai mancato.
Agli inizi degli anni duemila, la decisione, piovuta dall’alto, di spostarla in ambulatorio, fuori dalla sede principale del nostro comune servizio, mentre io restavo in reparto, rese molto più sporadica la nostra frequentazione. Anche se continuavamo a vederci al Centro di Terapia della Famiglia, quella condivisione quotidiana era ormai venuta meno. Lei si trovava in condizioni non proprio favorevoli, e io non potevo più ricevere il supporto che mi dava prima. Gli ultimi dieci anni di lavoro di Wilma all’Università li abbiamo vissuti così, ma mentre prima era abituata a fare tutto da sola, ora mi chiedeva spesso aiuto per i suoi casi e per le sue famiglie, con grande umiltà. Mi sono chiesto spesso se queste inusuali supervisioni fossero più un aiuto per lei o per me. Di sicuro, dimostravano ancora una volta la magistrale abilità di Wilma nel ridurre le distanze, anche quando erano forzate.
Nel frattempo, la partecipazione alle attività dell’IIPR di Wilma è proseguita instancabilmente, creando con gli allievi rapporti di formazione e di supervisione molto intensi, come testimoniano i moltissimi ricordi di esperienze vissute che abbiamo ricevuto in coincidenza con la sua scomparsa.
Del tutto sovrapponibile è la risposta dei suoi ex allievi della Scuola di Ipnosi, che hanno risposto con analoga intensità e con la descrizione di simili esperienze personali. L’onda di Whitaker e quella di Erickson, nella interpretazione di Wilma, non erano divise da differenze davvero rilevanti, tanto che alla fine aveva deciso di mettere insieme ipnosi e terapia sistemica, integrandole a suo modo, l’una con l’altra.
Sarebbe impossibile riferire in breve tutti i seminari e gli argomenti che ha trattato nella sua vita professionale, inutile dirlo, sempre con la stessa inesauribile passionalità. Meno numerose le pubblicazioni scientifiche: non aveva in sé la disciplina per mettersi a scrivere per conto suo e, se scriveva, preferiva farlo in collaborazione, privilegiando i rapporti umani da cui traeva le sue energie.
Wilma aveva anche curato un importante libro, Il Gioco e l’Assurdo, in collaborazione con il Prof. Vella, utilizzando e organizzando molti dei lavori pubblicati da Whitaker, che a sua volta, fino a quel momento, aveva scritto tanti articoli, ma mai un volume.
Tra gli articoli che abbiamo scritto insieme, quasi tutti concentrati negli anni ‘80, due o tre mi sono piuttosto cari, ma sono convinto che fossero cari anche a lei. Uno dedicato all’Umorismo in psicoterapia, in un’epoca in cui un argomento del genere non sembrava affatto plausibile. Altri due, che lei mi ricordava spesso compiaciuta, avevano come tema l’Inviante. Per il secondo di questi, dopo aver tentato tanti titoli non convincenti, Wilma ne propose uno che lì per lì mi sembrava ridicolo (e anche pieno di R): “Devono pRopRio faRe una teRapia familiaRe”. Era assurdo, ma dopo averci riso sopra con lei un paio di volte, mi resi conto che spiegava molto meglio degli altri, e in una unica breve frase, la complessa situazione in cui l’inviante, in perfetta buona fede, ma privo di conoscenze in ambito sistemico, segnala al terapeuta (ma implicitamente anche alla famiglia) a cui sta inviando il caso, che si tratta di una famiglia “disastrosa”, lasciando poi al terapeuta il difficile compito di dover modificare il contesto “giudiziario” costruito dall’inviante in uno collaborativo.
Tra gli impegni di Wilma, anche il coordinamento, fin quando è stato possibile, della sede dell’IIPR di Cagliari, una sede e un gruppo da lei molto amati.
Nella ipnosi ericksoniana Wilma ha “surfato” in lungo e in largo, raggiungendo una buona popolarità non solo in Italia, dove oltre ad essere didatta e supervisore della SIIPE, è stata anche membro del Board della Società Italiana di Ipnosi, ma anche all’estero, soprattutto in Messico e in Inghilterra.
Per stessa ammissione degli altri membri, ha portato “calore e colore” nel Board of Directors della European Society of Hypnosis (ESH) di cui ha fatto parte.
Ultima sua passione in questo ambito, è stata l’Ipnosi Quantica. Per avanzare verso questa nuova frontiera e per partecipare ad eventi che le avrebbero permesso di approfondirne la conoscenza, aveva anche compiuto impegnativi viaggi in questi ultimi anni, quando le sue condizioni fisiche lo avrebbero sconsigliato, dimostrando ancora una volta quanto forte e irresistibile fosse per lei l’onda della passione che l’ha sospinta per tutta la vita.
Come ha scritto Patrizia Boi, scrittrice, ingegnere e saggista del Wall Street International Magazine, che Wilma avrebbe certamente apprezzato tanto, non solo per le sue origini sarde, ma anche perché la sua scrittura era in grado di conciliare la fantasia delle fiabe con la realtà virtuale:
“Per essere considerati dei poeti non bisogna per forza scrivere versi, perché ogni uomo che segue la sua missione e si appassiona a quello che fa, trasferisce poesia in ciò che realizza.”
Camillo Loriedo
Appunti di viaggio: ciao Wilma
Il mio percorso di formazione e di supervisione come allieva e come giovane didatta ed il mio incontro con le famiglie in psicoterapia è stato un affascinante viaggio, costellato di immagini, parole, ricordi e soprattutto di persone che serbo calorosamente dentro di me. Wilma è una di queste persone speciali.
Lei è stata il mio supervisore, sia come allieva che come allieva-didatta: un intenso decennio di
affiancamento resiliente, sostegno sicuro e confronto passionale nella mia crescita come persona e come professionista. Le fotografie che voglio ricordare per salutarla in questo suo ultimo viaggio sono vivide e piene di colori: la sua capacità di giocare, sia in seduta che fuori; il suo sguardo sempre resiliente, sempre speranzoso; la capacità di sapermi scuotere emotivamente, rimescolando pregiudizi e convinzioni rigide con una sola parola; la sua predisposizione ad utilizzare la fantasia per arricchire le sedute e le supervisioni; la sua immediatezza nell’arrivare al “nocciolo” della questione, pur sembrando distratta e pensierosa nella sua nuvola di fumo grigio di sigaretta. Serbo il suo volto sorridente e “aperto”, con lo sguardo profondo, ma sempre pronto a vagare e a viaggiare in dimensioni altre. La sua passione per il lavoro e l’affetto per tutti noi.
Grazie di tutto Wilma. La tua voce mi accompagnerà
Claudia Agostino
una giovane didatta in viaggio
Cara Wilma, sarai sempre viva nel nostro cuore.
Grazie per i tuoi insegnamenti, per la tua capacità di accogliere sempre l’altro e per il tuo sorriso travolgente. Con affetto e stima
Flavia Alaggio e Emanuela Polverari
Ho appreso delle morte di Wilma e voi sapete quanto negli anni, soprattutto tramite Whitaker, la nostra amicizia si sia cementata.
Non conosco bene la sua famiglia e quindi ho pensato di comunicare così il mio profondo dolore e il desiderio di abbracciare tutti voi per farvi sentire tutto il mio affetto per lei.
Maurizio Andolfi
Per Wilma
Bellissimo averti incontrata, complicato salutarti, difficile dirti addio. Un orecchino e la gioia sono le storie che ho ritrovato con te. Sarai con me in ogni processo psicoterapeutico con la forza, il coraggio e l’ironia che mi hai trasmesso nei nostri generativi confronti.
Antonella Bozzaotra
Wilma era così. Autentica. Entrava in relazione con il vigore e la veemenza di chi conosce le tecniche e le dinamiche dei sistemi complessi e la fragilità e la forza degli esseri umani. Abbiamo perso una donna, una maestra e una psicoterapeuta straordinaria…
Fabio Carnevale
Ho saputo della perdita della carissima Wilma. Non potete sapere quanto questo mi addolori. Wilma rimarrà sempre nel mio cuore come la persona presente, calorosa, accogliente, con una parola sempre attenta, puntuale e prodiga per tutti. Le ho voluto sempre bene e sempre gliene vorrò. Mi mancherà tantissimo perché, che ci vedessimo o meno, era sempre presente nel mio cuore. Sia Carmine che io siamo molto tristi. Vi stringo e vi stringiamo forte in questo abbraccio, con il profondo affetto di una vita.
Marianne Cotton
La dimensione umana di Wilma rimane centrale, al di là di talune divergenze. Mi mancherà!
Giuseppe De Benedittis
È stata un’amica speciale, con la quale ho condiviso gioie e dolori, personali e professionali, fin dai primi anni della nostra formazione in psicologia e in psicoterapia. Mi mancherà la sua presenza calda e la sua curiosità vivace, ma la relazione con lei mi accompagnerà sempre.
Adriana De Francisci
Ho appreso solo oggi, leggendo il giornale di ieri, della morte di Wilma. Sono molto dispiaciuto. Le mie condoglianze sentitissime.
Antonello d’Elia
Conserverò sempre nel cuore i “guizzi sapienti” di Wilma e il suo insegnamento ad approcciare con leggerezza profonda alla nostra professione, nonché la grande capacità a “mettersi gioco” per avvicinarsi in modo empatico generando vicinanza emotiva e riflessioni illuminanti.
Matilde Di Mario
Cara Wilma, la prima immagine che mi è venuta in mente quando ho saputo che avevi iniziato un viaggio verso una nuova esperienza, in una dimensione a te ancora sconosciuta, è stata quella di tanti anni fa, quando io, appena arrivata a Roma, avevo iniziato ad intraprendere una mia nuova esperienza di vita in una città per me ancora sconosciuta: ti ho vista e ti vedo ancora con la tua chioma bionda e i tuoi begli occhi vispi e sorridenti (uno sguardo aperto sul mondo) sulla soglia, mentre mi dici, con l’accento della tua allegra romanità, “che bei sandali che hai!” Poi cominci a parlarmi come se mi avessi sempre conosciuta. Sei stata la persona che in quel momento importante di passaggio della mia vita ho sentito subito vicina, calda e accogliente, priva di pregiudizi.
Nel tempo ti ho sentita sempre presente, attenta e affettuosa come in quel primo breve ma incisivo momento che ha segnato le basi del nostro rapporto, molto più di una collega e di una stimata didatta e terapeuta, anche quando è nato è nato Andrea e siete diventati giocosamente tu Picchia e lui Picchio, una zia affettuosa per lui, una presenza importante per me, fonte di ispirazione e di supporto tante volte. Così, come quel giorno al mio arrivo tu sei venuta a salutarmi e ad accogliermi alla porta, io sono venuta alla tua partenza a salutarti all’uscita dalla chiesa, in fondo alla scala, ho respirato per te, con le tue narici, ancora una volta quell’aria leggera e profumata del luogo dove anni prima avevi vissuto il giorno più bello e ancora una volta, ho gettato uno sguardo, con i tuoi occhi, al panorama della città che amavi tanto. Ti voglio bene
Wilma, per me ci sei sempre stata e ci sarai sempre.
Grazie
Maria Laura Fasciana
Wilma sei stata il mio supervisore/mamma insieme a Danilo e non scorderò mai che continuavi a sbagliare il mio nome e chiamarmi Valentina; non mi sentivo vista abbastanza da te che mi suscitavi sentimenti contrastanti fino al giorno in cui mi hai confessato che Valentina era stata una persona cara e importante per te. Stima immensa, Wilma, che intuivi subito chi avevi di fronte e mi hai sostenuto e spinta ad aver fiducia nelle mie capacità e a lasciar scorrere la creatività.
Grazie,
Lavinia Gentile
Ho letto la triste notizia della scomparsa di Wilma.
Vi scrivo perchè penso che per lei tutto l’Istituto rappresentasse una vera famiglia e Camillo, in particolare, un incrollabile riferimento e modello non solo culturale, ma soprattutto affettivo. Ugualmente ho sempre visto nei suoi confronti un profondo e protettivo affetto.
Anche per tutti noi di Cagliari è una triste perdita del legame creato in tanti anni di lavoro e anche di vacanza.
Sono molto dispiaciuta per la sua scomparsa e sono vicina a tutti voi con grande affetto.
Un grande abbraccio
Anna Loi
So sad. Wilma and I were on the ESH board together. I was lucky to hear her teach. She was an excellent teacher. She was kind, caring and always supportive. You are missed.
Kathleen Long
Cara Wilma,
ti scrivo oggi quello che non sono mai riuscito a dirti prima, quando penso al nostro rapporto sia personale che professionale, vedo una serie di atti mancati: ci siamo rincorsi senza mai ritrovarci.
Quando tuo marito ti ha lasciato ci siamo detti che avremmo passato quel momento insieme con i nostri figli al mare all’Argentario, e non è accaduto, quando traducevi Whitaker ci siamo detti che avremmo potuto fare terapia insieme seguendo le orme del maestro e non è accaduto, quando abbiamo insegnato insieme ci siamo detti che avremmo dovuto scrivere un articolo sulla nostra creativa esperienza di co-didattica e non lo abbiamo scritto, quando mi sono messo a fare terapia di gioco con i bambini ci siamo promessi di unire le nostre esperienze sul gioco e non lo abbiamo fatto.
Oggi che scrivo queste note mi pento di averti lasciato andare senza raggiungerti, ma certo rimani nel mio cuore con tutta la tua forza vitale e la voglia di non fermarti mai.
Ciao Wilma, le mie lacrime sono il segno del mio affetto.
Sergio Lupoi
Un sincero dolore mi ha preso a questa notizia. Abbiamo condiviso la storia della psicoterapia sistemica italiana dalla data della creazione della SIPPR in avanti. Una persona bellissima. Condoglianze alla famiglia, all’Istituto e a tutti noi che la perdiamo.
Mauro Mariotti
Persona, psicoterapeuta e didatta che si è data a noi allievi senza riserve, profondamente, di pancia, in maniera autentica. Mi ha insegnato a ‘sentire’ la relazione e a lavorarci da dentro. È stata la mia ‘mamma psicoterapeuta’: sono diventata psicoterapeuta prima nei suoi occhi e nelle sue parole e poi nella realtà. Grazie!
Maria Cristina Perica
Cara Wilmetta, oggi ho potuto darti l’ultimo saluto, dopo tanto tempo passato insieme: sei stata una mia grande maestra per 20 anni, prima nella formazione e poi negli anni della mia crescita professionale (e personale).
Quanti insegnamenti …. quante prove …. quante risate … e anche quante liti!!!!
Già, perché nessuna delle due ha mai avuto un carattere facile…
Avrei potuto essere veramente tua figlia con quel caratterino, ed io, un poco mi ci sono sentita, anche per tante altre cose! …
Per altre, invece, molto diverse: tu “carta e matita” e io “computer”; tu “pensiero a mosaico” ed io “pensiero lineare”; tu “una sigaretta dietro all’altra” e io “tosse da fumo passivo”.
Mentre preparavamo i congressi (nella nuvola di fumo), a un certo punto arrivava il tuo: “Annarè, hai capito quello che vojo dì? Allora scrivilo tu che ‘o scrivi mejo, che se capisce, e poi metti i pupazzetti sulle diapositive, che a te te piace…”.
Ma poi alla fine eri sempre contenta della presentazione, alla conclusione del lavoro dicevi sempre: “comunque a me me piace, io ce verrei a sentì ‘sta relazione.” (risata) E lì mi rilassavo ….
Mi sembra di vederci come in una foto di un congresso del 2009… Uno dei tanti congressi fatti
insieme… tutte e due sorridenti… tu al mio fianco ….
E io ancora ti sento così, e spero che questa sensazione non passi mai!
Intanto spero di poter rendere onore ai tuoi insegnamenti, a portare avanti il lavoro iniziato insieme, grazie a tutte quelle nostre esperienze, che ormai fanno parte di me.
Ed è per questo che ti auguro buon viaggio, con dolce malinconia, ma con la certezza che per il legame che abbiamo creato, questa non sia una separazione, perché sei distante ma vicina.
Grazie di tutto
Anna Maria Rapone
Cara Wilma,
ho sempre trovato difficile dire addio, perciò se devo immaginare un nostro ultimo saluto credo si sarebbe svolto come sempre: “Ciao Wilma!” e tu avresti risposto con il tuo inconfondibile “Ciao Cocca”. Inconfondibile perché lo rivolgevi spesso ad alunne, segretarie, giovani pazienti, ma ogni volta sembrava unico, ogni volta uno si sentiva un po’ speciale a sentirselo dire, grazie anche al modo caloroso e al sorriso aperto che lo accompagnava.
Se penso a te mi viene in mente l’immagine di una donna bella, curiosa, allegra, ironica ed autoironica. Avevi la capacità di entrare subito in relazione con l’altro e grazie alla tua simpatia riuscivi a creare un clima piacevole in aula. Ti ricordo una donna forte, che non celava le proprie fragilità o difficoltà vissute, ma le raccontava, trasmettendo l’importanza di non farsi trascinare dalla vita ma di affrontarla con tenacia, non permettendo al dolore di annullare il presente o perdere la visione di un futuro. Parlare di me o della mia vita è sempre stato un abito comodo e conosciuto, ma tu mi hai aiutato a comprenderne le potenzialità come strumento di intervento in terapia ed in formazione. Ricordo a proposito le tue lacrime durante il mio genogramma, il mio stupore per aver toccato le tue emozioni e la tua capacità di trasformare quel momento di risonanza in un racconto personale che fosse una restituzione a me ed uno stimolo di riflessione per l’elaborazione della mia storia.
Se guardo il mio bagaglio oggi credo di poter far risalire a te anche questi due abiti: esperienzialità e Appartenenza/separazione. Il primo è stato un abito prezioso, cucito con attenzione. Le tue lezioni, i tuoi interventi di supervisione, il tuo modo di vivere la seduta riportavano la tua passione per Whitaker e la sua modalità di interagire con i sistemi. Il tuo modo personale di applicarlo, di traferire un sapere che tu per prima avevi assimilato e reso tuo colorandolo delle tue tonalità, mi faceva sentire meno ostico un modo di porsi che per me allora risultava lontano dalle mie modalità.
Tu lo rendevi comprensibile nella sua complessità, facendocelo vivere come raggiungibile, morbido, dotato di quella leggerezza che elevava alla visione di insieme.
Il secondo abito è in continua trasformazione. Anche questo saluto è un modo per aggiustarmelo addosso. Tu hai rappresentato la prima “mamma professionale” che ho incontrato nella mia formazione, essendo stata supervisore nei miei quattro anni di formazione come terapeuta. E come mamma sei stata una figura complessa. A volte calda, accogliente, rassicurante. In certi momenti anche chioccia nel tuo esporti a nostra protezione. Sapevi cogliere le emozioni che potevamo provare nei nostri primi voli e cercavi di metterci comodi. A volte invece ti vivevo più dura nei tuoi interventi. All’epoca quelli erano i momenti in cui per reazione mi distanziavo da te, ma poi con il tempo ritengo che quelle divergenze siano state importanti, costituendo il pungolo su cui mi sono messa in discussione. Era la tua capacità di toccare i nervi scoperti per farmeli sentire e non solo vedere. Poi arrivava subito quel tuo “Hai capito piccolé?”, accompagnato da un sorriso di intesa e quell’intervento allora veniva rivissuto con altre emozioni e la sensazione di ferita sembrava ridursi.
In quegli anni mi sono esercitata con te a cogliere il vissuto di appartenenza nei momenti di divergenza, di allontanamento, e a trovare la giusta distanza per non sentirmi stretta nei momenti di calda protezione. Una volta diventata terapeuta, altre occasioni ci hanno visto interagire, ma in questo momento con affetto ricordo il tragitto da Palermo a Campo Felice di Roccella in occasione del convegno IIPR-SIPRES del 2016. Io ero diventata mamma ed era la prima volta che mi allontanavo per più giorni da mio figlio. In quel viaggio parlammo del nostro essere mamme, delle nostre preoccupazioni, delle trasformazioni avvenute grazie al divenire genitori. Mi ritrovai in un confronto con te diverso, nuovo, direi il corollario di un percorso che fino ad allora ci aveva sempre visto occupare sedie diverse. Non mi sentivo più la tua allieva che doveva apprendere, non mi sentivo la tua giovane collega coinvolta in un incontro professionale; in quell’auto eravamo noi, Sara e Wilma, con i nostri vissuti, le nostre differenze, le nostre autocritiche e le nostre confidenze.
Grazie Wilma. Buon viaggio.
Sara Ricciardi
I miei ricordi di Wilma vanno molto indietro nel tempo di più di 20 anni quando mi sono iscritta alla scuola di ipnosi se mi ricordo bene. Lei era didatta e mi ha fatto un primo incontro per conoscermi e spiegare il programma della scuola.
Ho assistito a diverse lezioni di lei durante gli anni della scuola e dopo come allieva-didatta. Per me era una brava insegnante, spiegava le cose con lentezza, cosa che mi dava l’opportunità di capire meglio. Mi ricordo ancora una sua lezione sul rapport in ipnosi Ericksoniana. Lei descriveva il rapport particolare e unico fra terapeuta e paziente come “una mamma che prende il bambino in braccia e lo osserva con cura” e con queste sue parole faceva il gesto con le braccia come se cullasse un bambino.
Quando c’era qualche ospite di lingua inglese, come Zeig o Yapko, lei faceva la traduzione simultanea ed era molto brava. Io la ammirava per questa sua capacità in inglese. Spesso mi prendeva in giro per il mio accento americano, specialmente quando parlavo in italiano. Mi faceva ridere.
Anche io scherzavo con lei, dicendo che lei era “a tough cookie but really a sweetie pie”, “un biscotto duro ma veramente, in fondo, una torta dolce”!
Descriverei Wilma anche cosi.
Mary Ann Santoro Bellini
Grazie per la generosità con la quale ti ho vista condividere il tuo essere terapeuta con noi studenti. Sono grata della fortuna che ho avuto di incrociarti sul mio cammino; ho spesso pensato a come sarebbe stato bello conoscerti nel pieno delle tue forze. Ti ho solo incrociata, ma è stato uno di quegli incontri che non puoi dimenticare. Mi resta ancorata nel profondo una induzione per prepararmi a una gara: mi hai soffiato sulla fronte mentre mi descrivevi il vento che mi sosteneva e dava potenza. Lo risento così ogni volta che corro e ora, per me, quel vento ha un significato diverso…
Franca Scarlaccini
In questi giorni, il suo insegnamento che chiunque abbia condiviso momenti di autentica appartenenza e condivisione, non li perderà mai, mi è rimbombato nella mente e, come in tante altre occasioni, è venuta a rassicurarmi.
Wilma è stata il supervisore di tutti gli allievi che si sono rivolti a lei. Il suo “pensiero a mosaico”, la dimostrazione di come riuscisse a sintonizzarsi con una intera classe senza lasciare indietro nessuno e trasportando tutti in un viaggio eccitante alla scoperta di un nuovo pezzettino di noi stessi. Perché, come più volte mi ha sottolineato, noi formiamo soprattutto persone, non solo terapeuti.
Ho delle immagini care. Il suo sorriso caldo e rassicurante che mi accoglie all’esame di specializzazione (credo che ogni allievo che si presenti ad un esame debba essere accolto così!), e la nostra ultima seduta di ipnosi: io cullata nell’avvolgente blu topazio. Mi hai detto che era il mio mare, ma io credo fosse il tuo sguardo attento e amorevole. Ciao Wilma
Marinella Sola
Cara Wilma Trasarti Sponti,
non abbiamo avuto tempo di salutarci e te ne sei andata in silenzio in questa epoca che ci costringe ad essere eremiti.
Tra tutti eri la più storica e senza barriere di sovrastrutture, hai dato senso all’amicizia, al rispetto e apprezzamento reciproco personale e professionale.
Nel regalarmi i libri di Milton Erickson, tu esperta anche di ipnosi, dicevi che io avevo una voce ipnotica e ci ridevamo insieme.
Sei stata sempre presente con i nostri ospiti stranieri con la tua capacità di trasmettere non solo parole quando traducevi, ma anche emozioni, l’emozione che provo e proviamo quanti della Scuola Romana di Psicoterapia Familiare ti hanno conosciuta e di un grande dolore con una sensazione di perdita che solo il ricordo dei momenti più belli passati insieme può riempire.
Ti abbracciamo tutti.
Carmine Saccu
Wilma mi ha accolta, presentata e inserita tra colleghi, famiglia e amici, è stata la mia docente/ tutor di terapia famigliare e insieme a lei sono passata all’Ipnosi Ericksoniana, dov’è stata per me di nuovo didatta e supervisore. Mi ha ossessionata con la sua allegra presentazione “tedesca di Germania”, e il suo essere romana internazionale mi ha aiutato di sentirmi approdata in questa città. Wilma è stata una grande terapeuta, coraggiosa, originale, senza pregiudizi e non a caso ha dato la sua voce a Whitaker.
Il suo modo di accogliere pazienti, famiglie e adolescenti, di farli sentire a loro agio da terapeuta che non saliva mai sul piedistallo, ma stava nella stanza piena di emozioni con loro, è stato modello importante per me come per molti altri alunni e ha contribuito in maniera significante a caratterizzare la nostra scuola, il nostro approccio. È stata la didatta di moltissimi colleghi di terapia famigliare e psicoterapia ericksoniana e ha dato la sua impronta originale alla Scuola.
Brigitte Stubner
Cara Wilma,
ti scrivo con la W e ti chiedo se il tuo nome inizia con una W o una V per farti sorridere con le mie sciocche domande e poi come sai ho sempre fatto a botte con le parole. Ricordo ancora la tua antica casa e i miei passaggi da te con Alberto e Laura. Poi Alberto vi ha lasciato in pochissimo tempo. Ricordo le nostre prime terapie, quasi sempre insieme, condotte con fantasia, curiosità ed entusiasmo. Ricordo quando ti sei adombrata per una mia recensione a Whitaker non eccessivamente entusiasta. Io più “conservatore” e apparentemente razionale, tu radicale e passionale nelle appartenenze e nei sentimenti.
Ricordo la tua dedizione e le tue intransigenze, quanti discorsi potremmo fare e quante cose dirci, ti ricorderò dolce e accomodante nelle tue passioni. Ciao
Enrico Visani
My heart is so full of sadness to know that Wilma is gone. I always hoped that I’d get to see her just one more time. I will never forget when she came to spend some time with us, we went to Savannah, a place on her “itinerary” when she was here. I took her to a special restaurant, where she flirted ostentatiously with our waiter until I completely dissolved in laughter!! She was truly one in a million and I am so grateful she was my friend. I just wish I could have hugged her one more time.
Elaine Whitaker Morgan
Cara Wilma,
ti ricorderemo sempre quando dalla tua stanza arrivavi in segreteria con in mano l’immancabile sigaretta e solo un nostro sguardo ti portava a un “la spengo subito.”
Quando sentivamo un “senti cocca…” oppure quando ti arrabbiavi “a cocca…” sapevamo che richiamavi la nostra attenzione e abbiamo chiaro in mente il suono e ogni intonazione della tua voce.
Ci mancheranno gli incontri, ma anche gli scontri.
Ciao!
Sabrina, Petra e Silvia
Riportiamo, infine, la lettera che la figlia, Laura Sponti, ha letto durante la cerimonia funebre per Wilma, che si è svolta nella chiesa di S. Onofrio al Gianicolo il 13 maggio scorso
Alla mia mamma
Tu mi hai concesso il privilegio raro di essere tua figlia,
in te, nella tua placenta ho attraversato le ere sconfinate della terra e del cosmo. Una condivisione costante di tutte le sfumature della vita nei nostri primi 42 anni vissuti insieme.
Il tuo esempio, il tuo sostegno, il tuo tifo sfegatato per me, mi hai mostrato come l’essere liberi e veri sia uno dei primari cammini da percorrere.
Innamorate, si molto innamorate l’una dell’altra, ci siamo distanziate a volte ma mai lasciate, ci apparteniamo profondamente noi due.
La roccia grande (tu), la roccia piccola (io), insieme facciamo una solida montagna. Ce lo siamo ripetute fino a poche ore fa.
E oggi siamo qui, in questo bel luogo tanto significativo, qui tu e papà il 29 settembre del ‘70 vi siete uniti, e mi avete poi generato. Le vostre energie potranno finalmente stare nuovamente insieme, in un ciclo infinito.
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”…
Tu, la mia mamma, sei una delle rare persone davvero eccezionali che si incontrano raramente nella vita, questo incontro lascia una impronta indelebile, l’incontro con te, essere straordinario che ispiri, sostieni il mio cammino, con la tua saggezza, la tua fiducia, l’empatia, la complicità, l’onestà….e molto altro ci sarebbe ancora da dire!
Quanto ci siamo divertite insieme…
Grazie per la mamma che sei.
Ti amo,
la tua shatzy, nonché la tua figlia preferita
Laura

