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Modello teorico di riferimento

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Il modello teorico dell'Istituto è fondato principalmente sulla prospettiva relazionale e sulla teoria generale dei sistemi.

Lo sviluppo della prospettiva relazionale è stato determinato soprattutto dall'esigenza di scegliere come unità di osservazione per la comprensione del disturbo psichiatrico non tanto l'individuo quanto le relazioni tra individui. La profonda influenza di questo cambiamento di prospettiva ha indotto molti studiosi a rivedere numerosi concetti che hanno tradizionalmente caratterizzato la prospettiva individuale. L'Istituto ha condiviso primariamente la scelta relazionale e le revisioni che ne sono derivate sul piano epistemologico e clinico.

La prospettiva relazionale

La prospettiva relazionale evidenzia alcuni aspetti psicologici e comportamentali che un'osservazione esclusivamente individuale non consente di rilevare. In particolare, questo orientamento consente di comprendere il rapporto che esiste tra due o più variabili, di rilevare quindi come, al mutare di condizioni esterne o di parametri comportamentali in un individuo o in un sistema, si possano determinare correlati cambiamenti in altri individui o sistemi.

Per quanto ci riguarda, riteniamo che il concetto di relazione abbia valore soprattutto per il superamento dell'ottica limitativa dell'aut/aut in base alla quale vengono talvolta espressi inappellabili giudizi di certezza. In un'ottica che tenga conto della relazione, è possibile distinguere punti di vista sostanzialmente diversi o addirittura diametralmente opposti, ma tenendo conto delle loro possibili correlazioni.

La comunicazione

Talvolta un’interpretazione riduttiva della prospettiva relazionale ha condotto alcuni autori a trascurare l'importanza degli individui e di alcuni concetti ad essi correlati, così come talvolta la famiglia è stata considerata una unità a sé stante e si è ignorato il ruolo svolto al suo interno dai singoli componenti.

In altri termini, riteniamo coerente con la prospettiva osservare l'interazione tra due persone tenendo conto sia delle retroazioni reciproche che influenzano i rispettivi comportamenti, sia degli atti comportamentali separati che ciascuno dei due mette in atto.
Analogamente, appare improprio guardare all'insieme e alla complessità trascurando gli atti elementari che la compongono: in particolare la comunicazione e i singoli atti interattivi. Consideriamo l'attuale carenza di interesse verso i comportamenti comunicativi una delle ragioni principali che hanno ostacolato lo sviluppo della ricerca nel settore: il tentativo di attuare un'analisi «globale» ha reso virtualmente impossibile la raccolta di dati utilizzabili a fini sperimentali. Riteniamo inoltre che l'osservazione degli atti comunicativi più semplici abbia notevole valore nell'indirizzare le valutazioni cliniche e le scelte terapeutiche.

La diagnosi

La diagnosi è un altro aspetto che per lungo tempo è stato evitato dalla prospettiva relazionale, la quale ha considerato le formulazioni diagnostiche il residuo di una concezione individuale superata e fuorviante. In realtà la diagnosi non appartiene affatto al dominio individuale, ma è più semplicemente «un mezzo per conoscere», uno strumento di conoscenza utilizzabile sia per gli individui sia per entità più complesse, e che ha il vantaggio, rispetto ad altri strumenti di conoscenza (ipotesi, emozioni, fantasie del terapeuta ecc.) di poter essere condiviso da studiosi appartenenti a gruppi di ricerca diversi e di poter essere costituito da categorie direttamente osservabili.

Così come avviene per le ipotesi, per le fantasie e per le emozioni, l'osservatore non può comunque sottrarsi alla formulazione di una valutazione diagnostica, mentre può non esserne consapevole e quindi agirla in maniera impropria.

La clinica e il trattamento della schizofrenia

La prospettiva relazionale deve il suo sviluppo all'esperienza clinica e soprattutto al trattamento della schizofrenia. In epoca più recente questo campo di applicazione della prospettiva è divenuto oggetto di minore interesse, tranne che per un'esigua minoranza di autori. Il settore lasciato praticamente libero dai terapeuti relazionali è stato gradualmente occupato dagli autori che fanno riferimento al modello delle Emozioni Espresse.

La diffusione che stanno assumendo gli interventi psicoeducativi basati sul modello delle Emozioni Espresse è la conseguenza della relativa diminuzione di interesse verso lo studio della schizofrenia da parte dei terapeuti familiari. Una tendenza che indubbiamente deve essere corretta e i cui effetti devono essere valutati, a nostro giudizio, considerando al tempo stesso quanto avviene nei Servizi Psichiatrici pubblici.

La Teoria Generale dei Sistemi

Anche per la Teoria Generale dei Sistemi è necessario ribadire che si tratta di un modello descrittivo, elaborato dal suo autore nel tentativo di superare l'eccessiva frammentazione delle discipline scientifiche, che consente una visione tanto dell'insieme che delle parti e dei componenti che lo costituiscono.

L'osservazione responsiva

La prima parte dell'intervento terapeutico consiste in un'accurata osservazione che in realtà accompagna l'intero processo terapeutico, ma che viene sviluppata in particolar modo prima che gli altri tipi di intervento possano avere luogo. L'osservazione viene considerata un processo attivo che modifica in maniera considerevole il sistema familiare osservato e gli trasmette informazioni particolarmente efficaci.

L'attenzione del terapeuta a dettagli apparentemente insignificanti, l'addestramento a cogliere variazioni inapparenti da un momento all'altro della stessa seduta, fanno sentire alla famiglia, più di ogni manifestazione verbale di empatia e di apprezzamento, la vicinanza del terapeuta e l'autenticità della sua sensibilità agli accadimenti che hanno luogo nel corso della terapia.

L 'atteggiamento paradossale

Rispetto all'uso delle tecniche paradossali e ai tradizionali interventi di prescrizione del sintomo, si preferisce un atteggiamento paradossale che consente di evitare gli eccessi delle strategie che devono sconfiggere l'opposizione del paziente. I sintomi e le resistenze non vengono incoraggiati per fini strategici, né per una maggiore convenienza, ma perché si ritiene che il rispetto dei pattern disfunzionali sia un atto dovuto nei confronti della famiglia.
L'atteggiamento paradossale è quindi fondato soprattutto sulla conferma dei pattern familiari, nella convinzione che siano tali pattern gli strumenti stessi del cambiamento. Non si tratta quindi di adottare trucchi che la famiglia non deve comprendere, ma di rispettare le regole più rigide del sistema per il potenziale evolutivo che tali regole prevedono.

Il linguaggio indiretto

Il terapeuta accetta le comunicazioni non esplicite o ambigue e ne rispetta la complessità. Piuttosto che tentarne la traduzione verbale o interpretarne il significato, il terapeuta rispetta la modalità comunicativa prescelta dalla famiglia e risponde con comunicazioni altrettanto complesse come quelle del linguaggio indiretto. Le metafore, gli aneddoti, le storie e le domande che contengono implicazioni costituiscono altrettante modalità di comunicazione indiretta che sono indispensabili per il trattamento di famiglie che si servono prevalentemente di questo tipo di linguaggio e., in particolare, delle famiglie psicotiche.
Tuttavia il terapeuta deve saper usare correttamente anche il linguaggio diretto, essere esplicito e chiaro quando la famiglia glielo consente o le circostanze lo richiedono.

La definizione del setting

Se il linguaggio indiretto è il più appropriato per le comunicazioni allusive o comunque complesse delle famiglie, quello diretto è invece indispensabile per tutti gli aspetti che riguardano la definizione del setting. In quest'area il terapeuta stabilisce in pratica la definizione del suo contesto di lavoro e in definitiva del suo stesso Sé. In questo ambito il linguaggio indiretto avrebbe come conseguenza una relazione terapeutica anomala e mal definita, mentre una comunicazione esplicita e coerente è la modalità più appropriata per segnalare alla famiglia in che modo il terapeuta riesce a stabilire le sue regole nell'area che più delle altre gli compete.
In quella che Whitaker ha definito «battaglia per la struttura» vengono stabiliti i tempi e i modi delle procedure terapeutiche; si devono stabilire delle regole, ma non per questo si deve essere rigidi.

La miniaturizzazione del processo terapeutico

Le fasi della terapia sono solitamente suddivise in base a quello che è il numero previsto delle sedute necessarie a completare il processo terapeutico.
La fase iniziale durerebbe dunque per una o più sedute, alle quali seguirebbe poi la fase centrale, e quindi quella conclusiva.
In realtà i tempi delle famiglie sono così diversi gli uni dagli altri da rendere impossibile una previsione di durata della terapia che vada bene per tutte le famiglie. Ne deriva che il terapeuta deve adeguare le fasi del processo terapeutico a ogni singolo sistema familiare, e che spesso l'evoluzione del processo terapeutico risulta ampiamente imprevedibile.
La scelta di considerare ogni singola seduta come una miniatura del processo terapeutico consente di attribuire incisività a ogni singola seduta, senza dover attendere che ci si trovi nel momento in cui «la terapia inizia davvero».

Il gioco

Il gioco è sempre stato considerato un comportamento privo di finalità specifiche, la cui utilità consisterebbe semplicemente nel trarne piacere, nell'ottenere divertimento, nel raggiungere un certo grado di soddisfazione, mentre è ormai dimostrato che il gioco ha una sua utilità rilevante nell'acquisizione di conoscenze e di modalità funzionali per la risoluzione di problemi: questa utilità non sempre è immediatamente visibile, ma può esercitare i suoi effetti anche a grande distanza di tempo.
Il gioco può essere un mezzo per entrare nel sistema familiare, soprattutto quando è presente un bambino: il giocare con lui può facilitare l'associazione del terapeuta con la famiglia. Ma anche il gioco con gli adulti può essere utile per modificare il tono affettivo del sistema terapeutico.

La metafora

Anche la metafora ha la capacità di proporre significati molteplici, in una forma che richiede partecipazione e attenzione. Un'altra funzione importante della metafora è quella di sviluppare quelli che Bateson definiva transcontextual gifts, vale a dire la capacità di riuscire a cogliere somiglianze tra contesti diversi per risolvere la transcontextual confusion, ovverosia l'incapacità di distinguere i contesti.
Ma le metafore più significative e utili per la terapia sono quelle di cui la famiglia abitualmente dispone perché fanno già parte del suo linguaggio quotidiano. I significati complessi di cui queste metafore si sono caricate nel tempo sono accessibili al terapeuta senza ricorrere a traduzioni semplicistiche, ma espandendone ulteriormente il senso in direzioni precedentemente non contemplate.

L'umorismo

L'umorismo del terapeuta ha l'effetto di cogliere la famiglia di sorpresa e di mostrarle i lati deboli delle sue convinzioni stereotipe, ma inteso in senso pirandelliano come riflessione e sentimento del contrario consente un'ulteriore elaborazione, un salto di livello e quindi una modalità di analisi non posta in termini di o/o (aut/aut), ma in termini di e/e (vel/vel) e quindi di possibile coesistenza di differenti alternative, di tragico e di comico assieme.
Per sua natura, l'umorismo non è in contrasto con alcun sentimento, ma induce la riflessione sull'«umana e necessaria compatibilità di sentimenti opposti», e quando viene utilizzato come intervento terapeutico si contraddistingue per la sua capacità di prospettare la possibilità del contrario, la possibilità di un'alternativa. La sua validità terapeutica sta proprio nel non proporre un senso obbligato, ma di capovolgere di volta in volta il senso comune, e di consentire l'accesso all'altra faccia della medaglia di cui talora sembra che la famiglia ignori l'esistenza.

Il ruolo dell'équipe

Nella terapia sistemica il lavoro in équipe ha un particolare valore. Ha valore perché offre la possibilità di visuali diverse in un'ottica in cui è fondamentale il superamento delle prospettive uniche e totalizzanti. Perché consente operatività differenziate e talvolta discordi per favorire la possibilità della famiglia di accedere alle alternative e alle scelte che ne conseguono. Perché offre al sistema in terapia la possibilità di osservare un altro sistema in funzione e di verificare in vivo qualità e limiti dei modelli di relazione del terapeuta.

La terapia centrata sul terapeuta.

Gli isomorfismi fra terapeuta e famiglia vengono considerati un'insostituibile opportunità di conoscenza e al tempo stesso un formidabile strumento terapeutico Abbiamo definito questa modalità di valutazione e di intervento la «terapia centrata sul terapeuta»: il terapeuta, quando entra in contatto con la famiglia, sviluppa isomorfismi di relazione che gli consentono non solo di comprenderne le dinamiche, ma anche di agirle nella relazione terapeutica. La possibilità di agire i modelli di relazione della famiglia, tramite gli isomorfismi, permette al terapeuta di operarne il cambiamento in vivo, di intervenire sulla relazione terapeutica modificandola profondamente attraverso il suo stesso cambiamento.
Il cambiamento del terapeuta diventa quindi l'elemento cruciale della terapia, nelle diverse fasi del processo terapeutico: dal momento dell'osservazione responsiva, un'osservazione che cambia chi la attua, al momento della diagnosi che comprende l'osservatore, all'elaborazione dell'intervento che agisce in primo luogo sul terapeuta, alla modificazione della relazione terapeutica attraverso la modificazione dei terapeuta stesso.